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RIME 116. AMOR, DA CHE CONVIEN PUR CH'IO MI DOGLIAДанте Алигьери

Amor, da che convien pur ch’io mi doglia...
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Amor, da che convien pur ch’io mi doglia
perché la gente m’oda,
e mostri me d’ogni vertute spento,
dammi savere a piangere come voglia,
5sì che ’l duol che si snoda

portin le mie parole com’io ’l sento.
Tu vo’ ch’io muoia, e io ne son contento:
ma chi mi scuserà, s’io non so dire
ciò che mi fai sentire?
10chi crederà ch’io sia omai sì colto?

E se mi dai parlar quanto tormento,
fa, signor mio, che innanzi al mio morire
questa rea per me nol possa udire;
ché, se intendesse ciò che dentro ascolto,
15pietà faria men bello il suo bel volto.

Io non posso fuggir, ch’ella non vegna
ne l’imagine mia,
se non come il pensier che la vi mena.
L’anima folle, che al suo mal s’ingegna,
20com’ella è bella e ria

così dipinge, e forma la sua pena:
poi la riguarda, e quando ella è ben piena
del gran disio che de li occhi le tira,
incontro a sé s’adira,
25c’ha fatto il foco ond’ella trista incende.

Quale argomento di ragion raffrena,
ove tanta tempesta in me si gira?
L’angoscia, che non cape dentro, spira
fuor de la bocca sì ch’ella s’intende.
30e anche a li occhi lor merito rende.

La nimica figura, che rimane
vittoriosa e fera
e signoreggia la vertù che vole,
vaga di se medesma andar mi fane
35colà dov’ella è vera,

come simile a simil correr sole.
Ben conosco che va la neve al sole,
ma più non posso: fo come colui
che, nel podere altrui,
40va co’ suoi piedi al loco ov’egli è morto.

Quando son presso, parmi udir parole
dicer "Vie via vedrai morir costui!".
Allor mi volgo per veder a cui
mi raccomandi; e ’ntanto sono scorto
45da li occhi che m’ancidono a gran torto.

Qual io divegno sì feruto, Amore,
sailo tu, e non io,
che rimani a veder me sanza vita;
e se l’anima torna poscia al core,
50ignoranza ed oblio

stato è con lei, mentre ch’ella è partita.
Com’io risurgo, e miro la ferita
che mi disfece quand’io fui percosso,
confortar non mi posso
55sì ch’io non triemi tutto di paura.

E mostra poi la faccia scolorita
qual fu quel trono che mi giunse a dosso;
che se con dolce riso è stato mosso,
lunga fiata poi rimane oscura,
60perché lo spirto non si rassicura.

Così m’hai concio, Amore, in mezzo l’alpi,
ne la valle del fiume
lungo il qual sempre sopra me se’ forte:
qui vivo e morto, come vuoi, mi palpi,
65merzé del fiero lume

che sfolgorando fa via a la morte.
Lasso! non donne qui, non genti accorte
veggio, a cui mi lamenti del mio male:
se a costei non ne cale,
70non spero mai d’altrui aver soccorso.

E questa sbandeggiata di tua corte,
signor, non cura colpo di tuo strale:
fatto ha d’orgoglio al petto schermo tale,
ch’ogni saetta lì spunta suo corso;
75per che l’armato cor da nulla è morso.

O montanina mia canzon, tu vai:
forse vedrai Fiorenza, la mia terra,
che fuor di sé mi serra,
vota d’amore e nuda di pietate;
80se dentro v’entri, va dicendo: "Omai

non vi può far lo mio fattor più guerra:
là ond’io vegno una catena il serra
tal, che se piega vostra crudeltate,
non ha di ritornar qui libertate".
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